Il 2 ottobre, a Barcellona, la rete europea delle Autorità garanti per l’infanzia e l’adolescenza (ENOC), di cui fanno parte una trentina di Paesi, ha approvato a maggioranza un documento sui diritti delle persone bambine LGBTQIA+. La titolare dell’Autorità italiana, Marina Terragni, ha votato contro e, pochi giorni dopo, ha annunciato la sua fuoriuscita dalla rete. Non per il contenuto del documento, ma perché, riferisce, ENOC si è rifiutata di pubblicare in calce la sua opinione dissenziente.
Che sia stata proprio l’Autorità italiana a sfilarsi dall’approvazione di un documento sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza LGBTQIA+ non sorprende del tutto. Già al momento della sua nomina, nel 2025, alcune voci legate al mondo dell’infanzia, e non solo associazioni LGBTQIA+, avevano sollevato dubbi sulla esperienza nel campo della tutela delle giovani persone e sulle posizioni espresse in passato su genere e identità. Questa uscita sembra dar loro ragione.
Ma torniamo al caso ENOC. Si può discutere a lungo se una postilla negata valga l’abbandono di un tavolo europeo costruito in anni di lavoro e il cui mandato è agevolare la promozione, la garanzia e la tutela dei diritti dell’infanzie e dell’adolescenza, così come sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. Così come si può molto argomentare sulle ripercussioni che un gesto del genere avrà sulla rappresentanza dell bambin LGBTQIA+ in uno spazio politico pensato anche per loro. GenderLens ha scelto di fare altro: leggerlo, quel documento.
Chi si aspetta un manifesto woke resterà delus. Il testo dichiara in modo esplicito di non voler creare diritti nuovi. Chiede di applicare quelli già garantiti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, che l’Italia, lo ricordiamo, ha ratificato nel lontano 1991: non discriminazione, interesse superiore del minore, diritto all’ascolto, all’identità, alla salute, all’istruzione. Articoli che ogni Garante, compresa quella dell’Italia, deve far rispettare per legge: non per scelta, non per ideologia.
E in concreto, cosa chiede? Di raccogliere dati su bullismo, salute e abbandono scolastico. Di formare insegnanti, personale sanitario, chi lavora nei servizi sociali. Di creare canali sicuri e riservati per denunciare violenze e maltrattamenti. Di riconoscere il rifiuto familiare (che si traduce nella possibilità di restare senza un posto dove vivere) come problema di protezione dell’infanzia. Di vietare le cosiddette terapie di conversione (sì, difficile da credere, ma esistono ancora!). Di rinviare gli interventi chirurgici non necessari sull bambin intersex finché non possano dare un consenso libero e informato.
Sulla salute, il terreno su cui il dibattito italiano è più acceso, il documento non nomina nemmeno i bloccanti della pubertà. Chiede servizi multidisciplinari, basati sulle evidenze scientifiche, e un accesso tempestivo a percorsi regolamentati che proteggano anche dai farmaci procurati illegalmente. Difficile trovarci un testo «sostanzialmente inemendabile». Difficile capire il dissenso della Garante dell’infanzia italiana su un documento che è tutto, tranne rivoluzionario.
Il punto, allora, forse non il documento sottoscritto a Barcellona. È l’idea che sta sotto il suo rifiuto in blocco. L’idea che un bambin che afferma con costanza e in modo persistente di non riconoscersi nel genere assegnato stia attraversando una fase da attendere in silenzio, e non sia una persona da ascoltare. L’idea che la diversità di genere e di orientamento sessuale non esista quando si hanno meno di 18 anni e che le persone che l’incarnano, di conseguenza, nemmeno. L’idea che bambin e adolescenti sono soggetti di diritto, capaci di esercitare forme di cittadinanza attiva, di prendere decisioni e di avere opinioni valide, autorevoli e di senso sulla propria vita, e sulla società in cui vivono.
Da questa premessa viene tutto il resto. Se l’infanzia e l’adolescenza LGBTQIA+ non sono reali, allora non lo sono nemmeno i loro bisogni. Ed ecco, quindi, che un documento che parla di bullismo omolesbobitransfobico, di abbandono scolastico, di espulsione dal nucleo familiare, di adolescenti che non trovano una persona adulta con cui parlare finisce per essere liquidato come propaganda e, quindi, respinto.
Ma quell ragazz esistono, gentile Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, e la loro esistenza non si mette ai voti. Un’Autorità di garanzia non sceglie chi tutelare. Tutela tutti, tutte e tuttǝ, anche chi non rientra nelle proprie convinzioni.
Uscendo da ENOC, la garante che dovrebbe tutelare i diritti dell bambin in Italia non ha difeso una posizione. Ha lasciato vuota la sedia del tavolo dove si discutono diritti, tutele, riconoscimenti, e ha rinunciato a decidere insieme a chi, su questi temi, ha probabilmente più strada alle spalle. L’Italia, così facendo, non ha perso l’occasione di confermare la direzione presa. Nella Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe, che misura leggi e politiche per le persone LGBTQIA+ in 49 paesi, il nostro Paese è trentaseiesimo, con sedici punti persi in dieci anni (16!). In cima alla classifica, per la prima volta, c’è la Spagna. Quella di Barcellona, appunto, la città che ha ospitato l’assemblea e che della convivenza tra lingue, culture e identità diverse ha fatto un tratto di sé e delle battaglie degli ultimi anni. Da una parte un Paese che i diritti li trasforma in politiche pubbliche, dall’altra uno che si alza dal tavolo quando se ne parla.
E in mezzo bambin, ragazz e le loro famiglie che da quel tavolo, ora, restano fuori, e che di quelle scelte vivranno le conseguenze, per molto tempo ancora purtroppo…

