Dall’intervento della dott.ssa Maria Federica Moscati al Convegno ONIG del 24/01/2025.
“È un onore poter condividere con voi alcune riflessioni su un tema che rappresenta una sfida cruciale e urgente per il nostro tempo, l’ascolto e la partecipazione di bambinɜ e adolescenti trans*. In quanto legale, in quanto ricercatrice dei diritti, anche attivista dei diritti umani, la mia analisi di oggi si fonda sui principi annunciati dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989), ma ne auspica anche un cambiamento radicale e repentino, basato su una visione di infanzia e adolescenza non più eteronormativa e binaria. Penso che sia il momento, in realtà penso che sia già molto tardi, di vedere le persone, le giovani persone trans* per quello che sono. Quindi la mia proposta oggi è un’apertura di conversazione con voi; propongo un cambio di paradigma epistemologico, secondo il quale le giovani persone trans* diventino il paradigma epistemologico su cui creare sviluppi legislativi, ma poi auspico anche un dibattito interdisciplinare partecipativo, dove le diverse discipline del sapere si concentrano sul concetto di protagonismo infantile, che spiegherò più in là. E poi, come punto finale, penso che sia necessario un cambiamento della stessa Convenzione per la creazione di un Diritto dell’Infanzia e Adolescenza all’Identità Trans*. Questa idea la estendo anche a bambinɜ e adolescenti intersex, in un paper che sto scrivendo appunto sui loro diritti. Quindi, parlare di identità di genere di bambinɜ e adolescenti rappresenta un tema marginale, spesso controverso e divisivo. L’idea dominante tende a negare, limitare o ignorare la possibilità di auto identificazione, autodeterminazione e contributo decisionale di coloro che non si conformano alle norme di genere tradizionali, con la giustificazione di una presunta necessità di protezione o di maggiore certezza medica. Questa marginalizzazione si riflette anche sulle pratiche di partecipazione e ascolto, incluse quelle riguardanti percorsi di affermazioni di genere, e che risultano alquanto selettive e circoscritte. In realtà, penso che alla base di tali posizioni, i, vi sia una visione stigmatizzata e politica del corpo e dell’identità di genere non solo in generale, ma anche di bambinɜ e adolescenti. Si tratta di una concezione che riduce il corpo quasi esclusivamente alla sua dimensione biologica, opponendo biologia e cultura¹ (Butler, 1990;1993), e che misconosce la complessità e la multidimensionalità delle identità trans*. Questa prospettiva, inoltre, sottovaluta la capacità di bambinɜ e adolescenti trans* di contribuire in modo significativo e consapevole alle decisioni che li riguardano, perpetuando in tal modo invisibilità legale e falsa rappresentazione di tale identità. E quindi è necessario un cambio di prospettiva. Non dobbiamo concepire tali scelte come una concessione da parte di un sistema normativo che si erge a giudice delle vite altrui, ma come un diritto fondamentale che deve essere garantito a tuttɜ. In questo senso è fondamentale che le persone, le giovani persone trans*, siano coinvolte attivamente in tutti i processi con ascolto rispettoso, attivo e privo di pregiudizi. Allo stesso tempo diritti umani e medicina devono collaborare. La conciliazione tra il discorso epistemico dei diritti umani e quello della medicina quando si parla di giovani persone trans* è una questione comunque complessa e cruciale, in quanto entrambi i paradigmi contribuiscono a modellarne il dibattito, ma spesso emergono tensioni quando uno assume un ruolo egemonico a scapito dell’altro. Quindi dobbiamo chiederci come possiamo garantire un ascolto autentico e una partecipazione effettiva delle giovani persone trans*? Come possiamo superare le barriere culturali e giuridiche che ne ostacolano il riconoscimento e l’espressione? La risposta risiede, a mio avviso, in un approccio bottom up che metta al centro le identità, le esperienze e le voci di giovani persone trans*. In altre parole, ci vuole un radicale cambiamento, prima epistemologico e poi pratico. Quindi, come rispondiamo alla domanda come è possibile conciliare due approcci epistemologici, quello dei diritti e quello medico-clinico, il primo che libera e il secondo che cura, al fine di assicurare la piena partecipazione delle giovani persone trans*? A mio avviso si conciliano ricorrendo a un terzo paradigma epistemologico: quello che prevede il protagonismo delle giovani persone trans*. Si tratta di un approccio in cui le identità delle giovani persone trans* non sono semplicemente oggetto di regolamentazione, ma sono soggetti attivi nella costruzione delle norme, dei processi, delle leggi, delle conversazioni che le riguardano. Riconoscere le giovani persone trans* come creatrici di conoscenza richiede ovviamente uno sforzo, perché non è più una conoscenza su bambinɜ, come la stiamo creando anche noi oggi, ma è una conoscenza con le giovani persone trans*: questo implica considerare le loro esperienze, le narrazioni, le loro prospettive, le loro idee come fonti legittime e valide per arricchire il discorso e il dibattito sull’identità del genere e sulle strutture normative che le influenzano. Ovviamente, per fare questo è necessario un decentramento delle prospettive adulte, non più proiettare le nostre visioni ignorando le voci delle giovani persone trans*, il cambio epistemologico che prospetto richiede che le persone adulte, includendo noi, si posizionino in ascolto attivo e come facilitatrici piuttosto che come interpreti o regolatrici delle identità altrui. A questo sono arrivata non solo con un percorso personale come ricercatrice attivista ma anche dopo aver conosciuto Hanna, (ho sostituito il nome che lei si è scelta per ovvi motivi di privacy).Un’adolescente trans*, pakistana, venuta in Italia da sola, affidata una casa famiglia e catapultata in una scuola italiana del sud Italia. Boom! Più intersezionalità di così non so cosa ci sia. Ho avuto l’onore di poter incontrare e giocare a tombola con Hanna e la sua classe in Italia, scuole medie, e ho avuto l’onore di imparare da Hanna, dagli altri adolescenti e dalle loro interazioni. Tornando a casa, dopo aver giocato a tombola con loro, ho riflettuto su quanto appreso e poi cambiato anche la struttura di questa presentazione. Seguendo il paradigma epistemologico, inconsapevolmente creato da questo gruppo di adolescenti, è emersa prima di tutto l’importanza delle narrazioni personali delle giovani persone trans* che sono essenziali per comprendere le sfide che affrontano, ma anche per ricostruire i pregiudizi che circondano l’identità di genere, incluso quello della paura di permettere determinati percorsi perché la società potrebbe discriminare. Considerare anche l’auto identificazione come un processo epistemico, in quanto, adesso lo sappiamo, il diritto all’auto identificazione non è solo un principio etico ma anche una pratica epistemologica. Altra cosa che ho imparato da Hanna e dai suoi amici è l’importanza di adottare un approccio intersezionale, necessario per conoscere chi sono le giovani persone trans* a tenendo conto delle molteplici sovrapposizioni tra identità di genere, età, classe, etnia, abilità e altri fattori². E quindi, a questo punto, ne viene fuori l’identità come risultato di una rete complessa di esperienze sociali, politiche e culturali, ma anche il dovere per le persone adulte di fornire informazioni precise e dettagliate riguardo all’identità di genere e anche ai diritti delle giovani persone trans*. È importante educare le giovani persone trans* ma anche le altre giovani persone che sono in contatto con persone, con bambinɜ e adolescenti trans*, sui loro diritti. Si parlava stamattina di entrare nelle scuole, sono d’accordissimo, però vorrei che non ci fosse un focus sulla medicina, ma ci fosse un focus soprattutto sui diritti.Qual è il fine?
Non è la legge che plasma le identità delle giovani persone trans*, ma sono le identità trans* che devono informare e trasformare il diritto. Per fare ciò è indispensabile promuovere un dialogo interdisciplinare partecipativo e intersezionale che coinvolga non solo persone esperte di diverse discipline ma anche quelle interessate a partire dall’infanzia ed adolescenza, perché è dalla partecipazione che inizia il cambiamento culturale e legale. Occorre un’osservazione preventiva da fare, capire chi sono le giovani persone trans*, cioè come guardiamo queste giovani persone. Le giovani persone trans* non possono essere trattate come un gruppo unitario poiché i loro bisogni ed esperienze possono variare notevolmente. Dobbiamo essere consapevoli delle diversità all’interno del gruppo perché questo è un modo per aiutare ad ascoltare. In particolare, ritengo importante concettualizzare il corpo come un discorso, ovvero come un’entità in cui si intrecciano significati culturali e politici. Il concetto di corpo come discorso parte dal presupposto che i corpi non sono mai neutrali, essi sono costruiti, interpretati e regolati attraverso narrazioni culturali, sociali e politiche di un determinato tempo storico³. È cruciale, inoltre, superare una visione esclusivamente biologica del corpo e riconoscere che il corpo non è un dato fisso e mutabile, ma un terreno di significati e interpretazioni che si costruiscono attraverso esperienze personali, relazioni sociali e contesti culturali⁴. Il corpo delle giovani persone trans* spesso diventa un campo di battaglia ideologico. Da una parte, vi sono narrazioni che lo raccontano come contro natura o confuso, legittimando politiche restrittive e patologizzanti; dall’altra, narrazioni opposte lo descrivono come un simbolo di autodeterminazione e resistenza contro norme rigide di genere. In questo senso, quindi, il loro corpo diventa un discorso politico in cui le giovani persone trans* non sono mai viste come soggetti autonomi, ma come oggetti di dibattito pubblico, in questo modo si limita la loro voce e si rende difficile rispettarne le esperienze. Quindi, spesso in questo discorso pubblico le giovani persone trans* sono descritte attraverso termini come fragile, confuso, manipolato, enfatizzando una percezione di incapacità decisionale generando una retorica che rinforza stereotipi che ne negano la possibilità di ascolto.Quindi che cosa propongo?
Bisogna vedere queste giovani persone, non solo attraverso la lente biologica, clinica, medica, ma anche attraverso i diritti ma soprattutto le emozioni, le loro voci, le loro relazioni, così come suggerisce la letteratura femminista. Sulle voci tornerò in un minuto quando parlerò di protagonismo infantile, ora vorrei sottolineare l’importanza delle emozioni come lente attraverso cui vedere le giovani persone trans*. Come suggerisce Senthorun Raj, è importante utilizzare la grammatica delle emozioni per analizzare e allo stesso tempo cambiare i paradigmi socio-legali riguardanti le persone queer e così anche le giovani persone queer o trans*⁵. Le emozioni influenzano sviluppi legislativi e giurisprudenziali, sono d’accordo con Raj, e così invito a guardare le giovani persone di cui ci occupiamo oggi attraverso le emozioni.Come?
Prima di tutto, rendendoci consapevoli delle nostre emozioni nel guardarli, spesso disgusto, paura, panico, che poi rappresentano dei limiti alla partecipazione. Dall’altro, poi, dobbiamo anche riconoscere, quando ascoltiamo, le emozioni delle giovani persone trans*. E poi propongo anche un linguaggio che rispecchi una visione centrata sul rispetto di tutte le identità delle giovani persone trans*. Quindi, nei nostri discorsi, nelle nostre presentazioni, nelle nostre pubblicazioni smettiamola di utilizzare il termine “minore,” ma bambinɜ, adolescenti, genere e persone. Il termine minore – che da legale sono consapevole è utilizzato sistematicamente in tutte le decisioni e le sentenze dei Tribunali, in Corti Superiori, in Corti Costituzionali e Corti di Cassazione – è ideologicamente pregno di potere adultista che vede l’infanzia e l’adolescenza solo in termini di protezione e mai di diritti e quindi dobbiamo assolutamente non utilizzarlo. Il decentramento delle persone adulte, di cui parlavo prima, coinvolge anche il linguaggio. Il secondo passo per assicurare una partecipazione effettiva delle giovani persone trans* è abbracciare il concetto di “protagonismo infantile”. Qualche anno fa, con la dottoressa Francesca Ammaturo, abbiamo proposto di utilizzare questo concetto ed estenderlo al tema dell’identità di genere quando si parla di bambinɜ e adolescenti, e quello che sto per dire si basa su quell’articolo⁶. Il concetto di protagonismo infantile è stato sviluppato in America Latina dai movimenti di bambinɜ lavorator e Manfred Liebel afferma che si riferisce alla capacità di bambinɜ e adolescenti di svolgere un ruolo attivo in questo mondo e contribuire al cambiamento⁷. Quindi, il protagonismo infantile suggerisce che bambinɜ e adolescenti assumano un ruolo sociale attivo, possano essere al centro della produzione di conoscenza e di ogni processo decisionale; quindi, in realtà, il protagonismo comprende la partecipazione equa, la rappresentazione, la proiezione, la solidarietà, l’autoriflessione o l’identità, l’autonomia e la continuità, ma, più di tutto, l’impatto sui cambiamenti sociali. Ci sono tre caratteristiche del protagonismo infantile importanti per il nostro impegno in questa sede. In primo luogo, come sintetizzato da Manfred Liebel, il protagonismo infantile pone bambinɜ e adolescenti al centro della società, riconoscendo loro la capacità di svolgere un ruolo essenziale nel cambiare la società in contesti in cui le giovani persone si sviluppano e crescono. Quindi il protagonismo infantile ha una dimensione proattiva, tangibile e dinamica. Bambinɜ e adolescenti non solo esprimono le loro idee, ma con le loro idee riescono anche ad attuare dei cambiamenti. Se applicata all’identità del genere di bambinɜ e adolescenti, questa caratteristica di protagonismo si tradurrebbe nel coinvolgimento di bambinɜ durante i processi decisionali e i processi legislativi che riguardano le loro identità di genere, ma anche nel potere creativo delle loro voci. Ma tale coinvolgimento – in teoria e di fatto, con l’impatto tangibile che le loro voci provano – deve anche riguardare l’aspetto educativo e quindi con bambinɜ e adolescenti trans* che partecipano alla creazione di curriculum scolastici. Quindi,è una partecipazione significativa. Basta speculare su ciò che è buono e cattivo per bambinɜ e adolescenti trans* senza prima coinvolgerli. E ciò vale anche per chi fa ricerca e penso che valga anche per tutti noi in questa sede. Io sto parlando di giovani persone trans*, ma loro non sono sedute qui con me. Quindi la mia è anche una proposta per iniziare a coinvolgere le giovani persone trans* proprio nell’organizzazione di questi convegni, nell’organizzazione di ogni momento di discussione in cui si crea conoscenza o si fa una disseminazione della conoscenza. Mi auguro che il prossimo anno ci siano bambinɜ e adolescenti qui. Una seconda caratteristica del protagonismo infantile che è utile in questa sede, è il monito di Alejandro Cussiánovich, che tende a non ridurre il protagonismo infantile – dare la voce a bambino, bambina, adolescente – come uno strumento neoliberista di autonomia e individualizzazione, ma come strumento collettivo in cui è fondamentale l’interazione di gruppi sociali⁸. Allora, quali implicazioni ha questo aspetto collettivo del protagonismo infantile per l’identità di genere delle giovani persone? Un primo risultato sarebbe il riconoscimento che siamo di fronte a un gruppo sociale che attraversa culture ed epoche senza però mai omogeneizzare le loro identità. Un ulteriore risultato sarebbe anche quello della creazione di conversazioni intergenerazionali, dialogiche e rispettose, e partenariati tra bambinɜ e persone adulte. Questo già succede, succede in America Latina ma anche in altre parti del mondo con i movimenti di bambini lavoratori, in cui le persone adulte sono considerate alleate collaboratrici e partner di bambinɜ e adolescenti. Questi rapporti sono paritari, mai caratterizzati da una gerarchia di potere precostituita basata sull’età e quindi, in termini pratici, in tutti i contesti ambiti, compreso quello legale, sociale e medico, ciò significa che le persone adulte, noi, dobbiamo chiedere alle giovani persone trans* come possiamo aiutarle. Legato a quest’ultima considerazione è la terza dimensione del protagonismo, ovvero i rapporti tra movimenti che hanno caratterizzato l’uso del concetto poi in America Latina. In America Latina, si sono create appunto delle sinergie tra movimenti sociali, cosa che, guardando all’identità di genere di bambinɜ e adolescenti, non mi sembra che sia così ancora all’ordine del giorno, non solo in Italia ma anche in altri contesti. Dato che quando tale sinergia avviene, parlo anche di vari movimenti queer, c’è sempre uno sviluppo, perlomeno secondo la mia osservazione, di collaborazioni secondo canoni adultocentrici e mai ponendo al centro la possibilità a bambinɜ e adolescenti di esprimersi. Ora veniamo al mio punto finale che è quello della Convenzione. Il punto finale per assicurare la partecipazione effettiva, piena di giovani persone trans* è, secondo me, il cambiamento della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia. Benché le giovani persone trans* siano comunque titolari di tutti i diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia come non discriminazione, diritto alla partecipazione, diritto alla salute e allo sviluppo personale, tali diritti vengono comunque spesso limitati e non vengono implementati appieno. I limiti sono giustificati dalla richiesta di certezza medica, dall’infantilizzazione di tali giovani persone, oppure, come abbiamo detto prima, dalla riduzione biologica dell’identità, oppure dall’urgenza di proteggere queste giovani persone. C’è di più, i limiti ai diritti delle persone trans* vengono dalla stessa Convenzione, prima di tutto perché l’identità di genere non è mai menzionata nell’Art.2 (diritto alla non discriminazione), e benché un’interpretazione estensiva dell’Art. 8 (tutela il diritto all’identità), potrebbe far rientrare anche l’identità di genere, questo aspetto non puo’ essere lasciato all’interpretazione discrezionale degli stati e delle persone adulte. Ancora, lo stesso principio del superiore interesse di bambinɜ e adolescenti sancito all’Art.3, e che rappresenta uno dei pilastri della Convenzione, è profondamente intriso di costruzioni socioculturali sullə bambinə e appunto lasciato anche all’interpretazione discrezionale delle persone adulte. Tale discrezione spesso crea conflitti tra adulti che devono decidere su cosa sia il superiore interesse dellə bambinə e dell’adolescente nei processi di affermazioni di genere Ancora, l’Articolo 12, pone comunque dei limiti, perché , pur riconoscendo il diritto alla partecipazione, si tratta di una partecipazione che è del se e del come: i colori, i dettagli, l’implementazione e i margini del diritto alla partecipazione vengono sempre lasciati alle persone adulte.Quale è il rischio?
È quello dell’ascolto selettivo, dove i genitori, le persone adulte in generale, in particolare quando la partecipazione riguarda aspetti della vita in cui bambinɜ e adolescenti potrebbero sfidare presupposti etero-normativi, non ascoltano. Quindi qual è la mia proposta? Come ovviare alle lacune stesse della Convenzione? La mia proposta è la creazione e l’introduzione nella Convenzione di un articolo nuovo che tuteli il diritto di ogni bambinɜ e adolescente all’identità trans*. Da tempo la letteratura internazionale suggerisce di interpretare la Convenzione da un punto di vista queer: addirittura ci sono persone che hanno riscritto alcune sentenze riguardanti le giovani persone trans* da un approccio queer⁹. Penso che l’interpretazione queer della Convenzione sia solo il primo passo che da solo non basta, perché richiede sempre a chi non è incluso nella Convenzione, appunto, le giovani persone trans*, di trovare delle aperture. Quindi, ritengo che sia arrivato il momento per la piena protezione del diritto all’identità trans*.In conclusione, come si fa in pratica tutto questo?
Allora, sono convinta che le giovani persone trans* possano diventare promotrici di una nuova conoscenza che sfida strutture di pseudo-protezione e rende visibile la loro esistenza legale e sociale. A noi persone adulte, esperte in diverse discipline, spetta collaborare per sostenerle, ma come lo facciamo in pratica? Includerle sempre, come ho suggerito. Ci vuole una responsabilizzazione sociale da parte di coloro che si occupano di questi temi, riconoscendo che non siamo titolari di nessun potere e nessun potere decisionale assoluto sui corpi e sulle vite delle giovani persone trans*. Promuovere sinergie interdisciplinari e intergenerazionali, ascoltare attivamente e con rispetto. Quindi, come dicevo prima, organizziamo convegni con le giovani persone trans* in cui le includiamo nel gruppo di discussioni. Nelle scuole c’è davvero bisogno di parlare di queste esperienze, della letteratura prodotta dalle infanzie e adolescenze trans*, cambiando la narrazione che le riguarda. In ultima analisi è importante continuare a parlare, parlare, parlare!”Maria Federica Moscati (Marica) è docente e ricercatrice presso l’University of Sussex, dove è co-direttrice del Centre for Cultures of Reproduction, Technologies and Health. Avvocata non esercente e mediatrice qualificata, si occupa di risoluzione delle controversie, studi giuridici comparati, diritti dell’infanzia, persone queer e diritto. La sua ricerca comprende anche l’utilizzo della danza come pratica di ricerca e strumento didattico per esplorare il rapporto tra corpo, diritto e giustizia. Prima della carriera accademica ha lavorato come avvocata specializzata in diritto di famiglia e presso Save the Children Italia, occupandosi di diritti dell’infanzia. Per la sua ricerca sulla mediazione e sulle famiglie non eteronormative ha ricevuto nel 2022 il National Mediation Award for Diversity and Inclusion.

